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La Organista - L'Isola Degli Esperimenti. V° capitolo

30/03/2026 09:52

Andrea Perin

LA ORGANISTA,

La Organista - L'Isola Degli Esperimenti. V° capitolo

Vi propongo un bel capitolo, il quinto, de: La Organista - L'Isola degli esperimenti. (Le immagini e i video sono creati con AI).Buona lettura!

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[…] Da pag. 69

 

V capitolo


Giro la testa spaventata, osservo la laguna grigia:
le isole appaiono lontane e sfuocate, senza contorni, mentre l'acqua del mare, senza soluzione di continuità, sembra essersi impadronita anche della volta celeste. 
Il rombo dei motori, mescolato ai rumori delle lamiere che vibrano, arriva al mio orecchio ovattato; forse sto di nuovo sognando, magari chiusa dentro a una bolla di sapone.
“Ehi! ehi?!”
Mi giro di scatto verso lo scafo.
“Matta! cosa ci fai lì?”
[Ma allora non sono sola?!]


Si avvicina un uomo con la divisa dell'azienda trasporti marinara. Ben tenuto, brizzolato. 
Mi allunga la mano, deciso, come gli fosse parso subito chiaro che non era nelle mie intenzioni gettarmi in laguna.
“Io... io, veramente... pensavo di essere sola su questa motonave.”
Scuote la testa, mentre mi prende per mano stringendomi forte.
“Su, venga.”
“Mi ero avvicinata per vedere chi la stesse comandando...”
Col suo aiuto rientro dal parapetto di ferro, ancora ansimante per l'emozione appena vissuta.
Il probabile comandante si guarda attorno imbarazzato, come stesse cercando qualcuno. 
Ad un tratto si apre la porta della cabina. 
Compare il bel volto sbarazzino di una ragazza tutta lentiggini. 
Lui fa per richiuderla subito dentro, ma questa si catapulta fuori saltandogli addosso avvinghiandolo con le lunghe gambe, bianche come il latte.
Nonostante la stagione autunnale e la giornata grigia, non sembra temere il freddo, visto che indossa soltanto degli slip e un reggiseno slacciato per metà.


“Oh mamma!” esclamo meravigliata.
Mi siedo incredula mentre osservo i due abbandonarsi in teneri gesti amorosi già dimentichi della mia comparsa.
La ragazza accarezza i capelli del comandante, dietro la nuca, e ne attorciglia un ciuffo.
“Sai, ho avuto tanta paura amore mio! Non lasciarmi più sola.”
L'amante le sorride, le dà un bacetto sulla labbra, poi indica con gli occhi verso di me.
Lei si gira. 
Sbatte le palpebre divertita e stupita, portandosi la mano sulla bocca.
“Ma che ci fa qui?”
Lui la guarda perplesso, poi scrolla le spalle.
Lascia scivolare giù la giovane, altro bacetto sulle labbra:
“Dai, vai a vestirti!”
Pacca sul sederino. Lei si gira ruffiana:
“Ma non sarà mica tua moglie?”
Lui mi guarda imbarazzato:
“Dai, fila dentro e copriti.”


Muove due passi nella mia direzione.
“Bene, ci ha scoperti, e adesso?”
“Adesso? Cosa intende?”
“Devi essere un'amica di mia moglie... l'arpia.”
Rido di gusto.
“Ma sta scherzando?”
“E che ci fa qui? sentiamo?”
“Ho fatto una fesseria, pensavo steste partendo e sono salita a bordo di corsa.”
“Ma come ha fatto?”
“Beh... ho scavalcato.”
“Sì, ma io ho chiuso il portellone... va bene, non importa. Dev'essere stato quando sono andato in bagno.”
“E adesso?”
“Adesso la portiamo con noi, al deposito, e si fa venire a prendere da qualcuno oppure chiama un taxi se preferisce.”
“Scusi... ma voi, rimanete al deposito?”
L'uomo si fa serio e io mi affretto a mettere le mani avanti:
“Ho capito! Non  mi deve spiegare nulla. Chiamo subito qualcuno.”
Ma l'ufficiale non sembra confortato da questa mia intenzione e continua a osservami serio.
Cerco alla svelta di dar ragione a quanto detto. Prendo il telefono e apro la rubrica, ma con un gesto rapido il comandante me lo sfila dalla mano. 
Scorre i nomi mentre scuote la testa per quasi un minuto, poi finalmente alza gli occhi:
“Non mi fido. Questo lo tengo io.”
“Ma guardi che io non ho nulla a che fare né con sua moglie né con i suoi affari. Me lo dia per piacere!”
“Non ora. Appena scendiamo potrà chiamare un taxi.”
Mi alzo in piedi scocciata, lui per tutta risposta si chiude in cabina sbattendo la porta. 
Torno a sedermi.
Parte subito una discussione piuttosto animata.
Da parte della fanciulla esce una parolaccia ogni tre secondi, del tipo, ma che ci fa quella st... qui?!
Lui, più garbato risponde: non ti preoccupare è solo una fessa! Nient'altro!
Poi ancora: quella cretina ci rovinerà tutto!, e lui:
Cosa vuoi che faccia? Vuoi che la butto a mare?!
Perché no! Potrebbe essere un'idea...
Segue il rumore di bicchieri che cadono, forse una bottiglia che rotola, poi silenzio.
Passano alcuni minuti, interminabili, mentre mi torturo col pensiero che possano davvero buttarmi a mare. 
Cerco di convincermi che sarebbe una follia, ma le cronache sono piene di episodi di questo tipo; amanti scoperti che nell'impeto assassinano mogli, mariti o altri amanti... o viceversa.
Non ce la faccio più!
Mi alzo, vado verso la porta, piego la testa e appoggio l'orecchio. Sento dei rumori, subito coperti dal rombo dei motori che decelerano, anzi, invertono la marcia. 
Viriamo bruscamente a sinistra; quasi sto per cadere. Alzo le braccia al soffitto, allungandole verso i salvagente attaccati sopra alla mia testa e mi sposto verso la panchina più vicina. 
Mi siedo, ma a fatica, come fossi appena scesa da una giostra del luna-park; non pensavo che un natante così grande fosse capace di farti perdere l'equilibrio in questa maniera!
Sposto lo sguardo al mare, ci stiamo per avvicinare ad un'isoletta.
Meno male! Iniziavo a temere il peggio.
Ci affianchiamo lentamente, il canale laterale non sembra ben segnalato.
L'unica cosa che si vede, è un'enorme costruzione fatiscente, stile neogotico. 
Impressionante vederla qui, non sapevo nemmeno della sua esistenza. 
Probabilmente si trattava di un manicomio, di un ospedale o forse di una colonia per bambini prima dell'era fascista. Fatto sta, che non vedo natanti in rimessaggio; ma non m'interessa, l'importante è scendere.
Ormeggiati a fatica, con le funi tenute in tiro dai motori su di giri, il comandante mi fa segno di saltare a terra. 
Lo guardo stupita, dandogli del pazzo con un gesto della mano.
Lui afferra la passerella e l'allunga, creando un ponte.
Ottimo. Scendo per prima. 
Mi volto nell'istante che viene ritratta a bordo.
La ragazza mi fa la linguaccia per poi farmi una foto col telefonino ricoperto di peluche fucsia. 
Il comandante molla la cima e poi mi lancia lo smartphone che per fortuna afferro al volo, dopo mi fa il saluto militare.
Mi guardo attorno: “Ma dove cavolo mi stanno lasciando 'sti due matti?”
Riappaiono sul ponte di sopra. Lui mi saluta di nuovo.
“Aspettate! Ditemi... ditemi almeno dove sono?”
La motonave riparte mentre la ragazza mi osserva con le braccia appoggiate al corrimano. 
“Sei sull'isola degli esperimenti! Auguri!”
Poi, di nuovo la linguaccia.
Spariscono nella nebbia.
“Santo cielo,” borbotto “e adesso?!”
Mi siedo sui gradini che portano all'enorme struttura. Ovunque è pieno di quella piantina infestante che cresce dappertutto, anche nel centro di Venezia.
Frugo in borsa e tiro fuori il telefono. 
Lo sapevo! Non c'è segnale, ma c'è la sigla dell'operatore telefonico; magari se mi sposto un pochino riesco a beccare la linea.
Faccio il giro dell'edificio, stupita di quanto ne sia curato il perimetro dalle erbacce. 
Da quel che posso vedere non siamo affatto al deposito della compagnia di navigazione, l'unica barca che si vede nelle vicinanze è una vecchia carretta del mare adagiata su di un fianco dietro al pontile a cui siamo approdati.
Mi guardo attorno, cercando di mettere a fuoco quanto possa essere grande l'isola, conosco bene Sant'Erasmo, vicina al Lido, è una delle più grandi e si gira a piedi in giornata, quindi non dovrei trovarmi in un posto tanto grande.
La vegetazione selvatica è incredibilmente lussureggiante; probabilmente da qualche parte c'è una fonte d'acqua dolce naturale. Il verde, impadronitosi di tutto il terreno circostante, dietro alla struttura si perde nel grigio della laguna.
Torno a osservare l'imponente edificio abbandonato.
Non lo so... qualcosa non mi convince. È come se ci fosse qualcuno. Quella finestra lassù all'angolo ad esempio non  ha il vetro rotto ed è priva di inferiate...
Inizio ad aver paura. 
Torno verso l'ingresso dell'edificio, dove gli amanti mi hanno fatto scendere, tenendo il telefono il più sollevato possibile.
Arrivata ai gradini prossimi al pontile suona La Tempesta.
“E vai!” esorto me stessa agitando il pugno.
Salgo sugli scalini soffermandomi davanti al portone.
“Pronto!”
“Ciao tesoro. Ogni promessa è debito. Ho fatto fare il controllo chiamate al tuo numero...”
“Ferma! Ferma! Fermati subito Giulio!”
“Stai facendo un concerto?”
“No, mi sono persa...”
“Come persa?”
“Sono su un'isola, ma non so quale...”
Ride.
“Ma che ridi?!”
“Ma allora è una cosa seria?”
“Sì... te lo giuro.”
“Ma come hai fatto tesoro?”
“Sono salita su una motonave per la Laguna Nord e... lascia stare, è una storia troppo lunga.”
“Non puoi chiamare un taxi?”
“Ma se non so dove sono?”
“Non hai un telefono d'ultima generazione?”
“E allora?”
“Vai sulle mappe e vedrai che ti dice dove sei.”
“Dove sono io?”
“Ma certo tesoro. Prima attiva il rilevamento posizione... è una specie di goccina.”
“Aspetta.” 
[Una goccina, cosa intende?]
Non vedo nessuna mappa, o goccina! Riporto il telefono all'orecchio.
“Giulio, non vedo niente nelle App di quello che dici.”
“In alto, non c'è una lacrima?”
“Una lacrima?!”
“Metti il viva-voce, così parli con me mentre guardi lo schermo.”
Inserisco l'altoparlante, almeno quello lo so fare.
“Vai... ink... emi...”
“Giulio, Giulio! Sta andando via il segnale di nuovo.”
“Calma tesoro, non agi... ti. Ve...”
Istintivamente lo riavvicino all'orecchio.
“Giulio aiutami ti prego, non ci riesci te a capire dove sono? Qui si fa sera e non voglio passare la notte in questo posto. Accidenti a me! Sono salita di corsa con tutte le buone intenzioni, per una volta che combino una marachella la devo pag-”: un sospetto.
Stacco il telefono dall'orecchio. Guardo il display: nessuna chiamata in corso.
“Andiamo bene!”
Mi siedo sugli scalini in preda allo sconforto.
“Parlavo da sola... e adesso che faccio?”
Con un filo di speranza, richiamo Giulio, ma non funziona. Non c'è più campo.
Fortuna che ho dietro dei biscottini per bambini e due bottigliette d'acqua. 
Bevo un sorso e osservo la laguna, mentre sgranocchio il primo.
In lontananza si vedono delle bricole che segnalano il bordo del canale. Canale dragato e in uso, visto che siamo arrivati qui persino con una motonave. 
Prima o poi dovrà passare qualcuno... o no?
Certo che se urlo non mi sentono mica. Forse dovrei accendere un fuoco, come Robinson Crusoe. Ma chi ce l'ha un accendino?
Mi giro verso l'edificio: e se provo ad entrare?
Ok, deciso, coraggio!
Salgo gli scalini, per un attimo mi fermo sotto al portale marmoreo, faccio un bel respiro e provo a spingere la porta. Si apre!
L'interno era incredibilmente bello, ricorda una stazione termale in decadenza. Ho visto altre situazioni simili in laguna, ma questa le batte tutte.
Scale imponenti in stile neogotico salgono al piano superiore.
Non resisto e mi avvio su quella di destra. Fatti i primi scalini mi accorgo che a differenza della sua speculare è pulita. Non vi sono né vetri rotti né detriti ammucchiati... lo sapevo che ci viene qualcuno. Arrivata sopra, passo per il portone di destra ritrovandomi in un lunghissimo corridoio.
Lo percorro, profondamente incantata, quasi allucinata dalla sua bellezza e dal gioco ottico.
Pareti e soffitto sono completamente dipinti a mano, con particolari minutissimi, mentre il pavimento è di pura palladiana di una bellezza mai vista. 
Dai vetri sporchi delle finestre entra la poca luce grigia della laguna.
Li osservo, sono forgiati a mano e innestati con cura su telai di piombo... sono stupita che nessuno abbia mai pensato di rubare questi capolavori d'artigianato.
Procedo a passi lenti, accorta, in alcuni punti è crollata parte del soffitto, finché mi trovo davanti a un restringimento dove il corridoio si fa più buio. 
Non so che fare, la finestra che ho visto prima da fuori, aperta e pulita, dev'essere in quella direzione. Mi avvicino al muro per guardare attraverso un vetro rotto; in che guaio mi sono cacciata!
Poi un suono che riconosco subito. Il rumore tipico di una barca da trasporto.
Mi giro per tornare sui miei passi nell'attimo che sento  uno scricchiolio provenire dalla parte buia del corridoio.
C'è qualcuno, ne sono sicura! Devono avere calpestato dei vetri rotti. 
Ma senza accorgermene mi ritrovo già fuori dall'edificio col fiatone.
La barca sta per passare, è una mototopo che procede lenta ma sicura fiancheggiando i pali che delimitano il canale. 
Sto per urlare, disperata, ma noto che inizia a virare nella mia direzione.
Non so quale istinto mi ordina di nascondermi, ma gli obbedisco all'istante.
Mi riparo dietro al tronco di un enorme cipresso col cuore che batte sempre più forte; stiamo a vedere.
Ma io quella barca la conosco!?
Quello è il tizio che mi aveva dato un passaggio l'ultima volta che ero rimasta a piedi, sempre in Laguna Nord.
Aguzzo la vista per leggere il nome scritto a prua. 
Sì, è lei: Branchie!
Ma che ci fa qui? e perché sta attraccando?!
***
La mototopo è ferma al pontile. 
Il comandate, stesso cappello e stessa barba bianca, salta giù e lega subito la cima ai pali. 
Poi sbatte la pipa su uno di questi, dà un'occhiata al fornello, e la ricarica con un ciuffo di tabacco che estrae dalla tasca.
Stessi identici gesti di due anni fa; dev'essere una specie di rituale che riserva ad ogni approdo.
Sto per uscire allo scoperto quando vedo che alza il telone per far uscire qualcuno... sono bambini!
Quattro bambini e un ragazzo più grande, sui sedici anni. Ma che combinano?
Non mi piace! Che ci fanno su un'isola deserta? Forse deserta...
Orribili pensieri oscurano la mia mente fintanto che mi avvicino, messa a carponi, spezzando qualche guscio vuoto di bivalve con le ginocchia protette dai lunghi stivali scamosciati.
I bambini si avviano composti all'ingresso, non sembrano né felici né frustrati, ma semplicemente presenti e concentrati, come andassero a fare un esame importante.
Arriva anche il vecchio comandante della mototopo. Entrano al suo invito.
Santo cielo, che razza di situazione! che faccio?
Entro e li spio? e se mi scoprono?
Dai Anna! Magari è solo una gita, oppure può essere che il demanio o i proprietari hanno concesso l'isolotto a qualche circolo... magari sono qui per mettere un po' d'ordine, tipo le iniziative ''rio pulito'' o simili.
Ma a chi la racconto? Non hanno guanti, rastrelli, sacchi, scope... niente!
“Al diavolo!”, m'esorto a denti stretti.
Esco dai cespugli e mi avvicino lentamente al portone rimasto aperto. Entro.
Nelle stanze al piano di sotto non c'è nessuno, sono sicura. Troppo sporche e fatiscenti. 
Risalgo lo scalone di destra, quello pulito, e m'infilo nel fantastico corridoio dipinto a mano.
Ora posso udire le voci dei bambini farsi sempre più forti e vicine.
Arrivata al portale marmoreo di restringimento, la situazione del corridoio non è cambiata. Dietro rimane il buio.
[Accidenti a me! Accidenti a me!]
Mi affaccio dall'altra parte appoggiandomi alla cornice di marmo con i palmi, ma inavvertitamente, alzando il piede, col tacco faccio crollare un pezzo di intonaco fatiscente.
Non ho fatto molto rumore, ma possono aver sentito.
Trattengo il respiro, rimanendo immobile per qualche secondo, poi varco la soglia.
Questo tratto di corridoio, che pare non finire mai, non è poi così buio come mi sembrava. L'abile gioco di ombre e prospettiva, per farlo sembrare più lungo, trae efficacemente in inganno.
Le voci, ormai a pochi metri, mi conducono subito alla stanza che mi interessa. 
Mi appoggio con la schiena al muro e sbircio attraverso la porta lasciata socchiusa. 
Si sentono dei versi strani, incomprensibili, ma non hanno niente a che vedere con certe cose esecrabili.
Ora appare nella mia visuale uno dei bambini, che sale sopra il soppalco dov'è sistemata una cattedra. Tiene in mano un violino.
Conta fino a tre, batte due volte col piede e con una rapidità stupefacente posiziona lo strumento sotto il mento.
Poi alza la mano destra che impugna l'archetto e inizia a far ruotare il polso a una velocità mai vista.
Si blocca con uno scatto, come fosse l'ingranaggio di una macchina, ruota il gomito di 360° tale quale a un robot. Infine, appoggia l'archetto e inizia  a suonare un assolo.
Non credo a quel che sento!
Non ho mai sentito nessuno suonare così veloce!
Istintivamente mi pizzico la guancia per accertarmi non stia di nuovo sognando, ma mi faccio pure male.
Ma non è umano tutto questo?!
Mi avvicino mossa dall'incontenibile desiderio di capire cosa sta succedendo. 
Chi sono quei bambini? Che ci fa il vecchio comandante con loro? Come riesce a fare dei movimenti così rapidi e innaturali?
Mi vibra la gamba, che succede adesso?! 
La tocco spaventata: santo cielo! Il telefono in borsa sta suonando!
Non riuscirei mai a spegnerlo senza il rischio d'essere sentita.
Corro lungo il corridoio, poi giù dalla scala, mentre il violino non smette di strillare ormai giunto al limite delle sue possibilità.
Davanti alla mototopo del vecchio ora c'è una lancia.
Scendo gli scalini e mi sporgo dal pontile.
Il telefono smette di suonare, compare Giulio.
Salto su e lo abbraccio.
“Che ci fai qui, pazzerella?”
“È una storia troppo lunga, te la spiego con calma.”
“Come vuoi.”
Guardo di sotto: “Sei da solo?”
“Sì, la lancia è a noleggio.”
“Meglio se andiamo via subito allora!”
“Perché? che succede?”
“Ci sono dei bambini, con un vecchio...”
Nemmeno il tempo di finire la frase che Giulio si lancia sul pontile: “'Spetame qua!”
“No Giulio, fermati!” gli urlo.
Ma non mi dà ascolto.
Lo rincorro: “Aspetta, non è come credi!”
Lo trattengo con forza per le spalle finché si gira.
“Come... in che senso? che ci fanno qua?”
“Vieni dai, ti spiego in barca.”
“Sicura?”
“Sì. Magari scopriamo meglio cosa sta succedendo, ma con calma. Non adesso.”
Saliamo sulla lancia. Giulio molla la cima, mette in moto e parte senza dir parola, irrequieto.
Mi giro verso l'isola, sui gradini d'ingresso spunta il comandante di Branchie.
Mi osserva sardonico, mentre annuisce col capo, come a dire: esatto! Io lo so chi sei. 
Poi, tira dalla pipa, e come per magia, il suo volto già grigio per la folta barba, scompare in una nuvola bianca dissolvendosi nei grigi tinti dalla laguna.


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