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“Gli Occhi di Venezia” di Alessandro Barbero: la recensione di un lettore forte

25/06/2026 07:49

Andrea Perin

RECENSIONI,

“Gli Occhi di Venezia” di Alessandro Barbero: la recensione di un lettore forte

Oggi vi parlo di questo libro appena terminato di leggere, e che sta avendo molto successo. (Per chi non lo sapesse, oltre che scrivere, sono un “lett

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Oggi vi parlo di questo libro appena terminato di leggere, e che sta avendo molto successo. (Per chi non lo sapesse, oltre che scrivere, sono un “lettore forte” di libri su Venezia).

 

In onestà non amo molto i romanzi storici, specie se di notevole successo; se “storia” dev’essere preferisco la saggistica.
Primo, perché a volte fatico davvero a capire il confine tra fatto accertato e fantasia del romanziere.
Secondo, perché, cavoli, a volte leggo delle cose, magari stupidi dettagli, sbagliatissime, irritandomi. Cose che innervosirebbero una prof di italiano tanto quanto un bel QUAL’È. Come spiegarlo... pensate a quei colossal sui gladiatori dove a un certo punto sullo sfondo blu del cielo passa un bel jumbo che lascia la sua splendente scia.

Però, però... per lui, il prof, come per pochi altri, diciamo un libro su dieci, ho fatto un’eccezione.

 

ALESSANDRO BARBERO e l'amore per la Repubblica Serenissima

 

Primo, perché mi è simpatico, secondo perché è uno storico che sa parlare a tutti noi... insomma, non se la tira.
Lo stavo guardando in TV, ospite di un famoso storico/divulgatore nonché giornalista. Si parlava del periodo rinascimentale, dei nostri staterelli soggiogati dalle grandi potenze europee... “ma possibile che in Italia non ci fossero stati indipendenti in grado di imporsi?”
Lo vidi sobbalzare sulla sedia. "Certo che sì. La Repubblica Serenissima," esclamò il prof. Poi continuò: "ma come?! Se la doveva vedere oltre che con l’Europa con l’Impero Turco?!"

Sono andato a memoria, parafrasando, e spero di non apparire di parte, influenzato dai miei sentimenti, ma mi pare che andò così. Ovviamente il conduttore non era veneto altrimenti avrebbe immediatamente pensato alla Serenissima. Già, proprio non me lo saprei spiegare diversamente... lo so! Bel democristiano che sono.
Insomma, fu in quell’istante che mi sciolsi, mi innamorai, e così decisi di leggere il suo romanzo – storico – ambientato a Venezia.

 

LA TRAMA de "Gli Occhi di Venezia": tra galee e palazzi di potere

 

Bravo prof!
Scritto bene, senza paroloni e merletti inutili. Anzi, alla fine ha messo per noi un breve ma utilissimo glossario. Sapete chi è il “dragomanno”? Ah-haa! Visto?
È uno speciale interprete con l’oriente; oggi direbbero certificato.

La storia del protagonista non ci parla molto della nostra Venezia di fine ‘500, ma più dei suoi domini mediterranei, i delicati confini col Turco, e soprattutto della vita sulle galee anche di altre potenze marittime, in mare e nei porti.
Gente! Com’era dura portarsi a casa la pagnotta!

 

Va detto che l’altra vicenda parallela, che riguarda la sposa del protagonista, Bianca, ci fa un po’ conoscere la Venezia dei palazzi, del potere, ma anche dell’assistenza ai più deboli attraverso le sue istituzioni. Vicenda che si unirà a quella del lontano marito, attraverso la descrizione di un lungo viaggio verso il Turco compiuto dal nobile dove lavora. Viaggio ben scritto e dettagliato condito da un po’ di suspense.

 

Il finale... eh, lo so. Bisogna chiudere la storia con una bella conclusione, e deve piacere, ma ora vi faccio ‘sto discorso un po’... così.

 

Il MITO della "Venezia Dark" nella narrativa storica

 

Chi, come me, ha affrontato la lettura di molti libri dedicati a Venezia, specie di narrativa, avrà presente che a un certo punto, diciamo nel primo ’800, si è creata la narrazione di una “Venezia dark” sovente descrivendo nobili, governi e soprattutto dogi come esseri oscuri, pazzi sanguinari spesso appoggiati da sevizi segreti più assomiglianti a sette sataniche che a organi di controllo. Una Venezia oscura che affoga bambini in Canal Orfano, avvelena madri incinte, sacrifica vergini, panettieri innocenti, eccetera, eccetera.
Che va benissimo, per carità, storie oscure, horror, intriganti, anzi, ne ho scoperta una scritta niente meno che da Poe, ma ve ne parlerò un’altra volta. Però, dico io, l’importante è avere la consapevolezza di quello che si stai leggendo. Un horror? Una romance-gothic novel? Perfetto. Quello sono.

 

Io non conosco la genesi di questo strano processo narrativo, probabilmente giacobina, ma ha funzionato. Il Ponte dei Sospiri è il brand di questa narrazione, il collegamento terrestre tra realtà e fiction macabra. Ed è conosciuto in tutto il mondo proprio per i sentimenti che esso evoca nel pavido turista avventuriero. Sbaglio?
Se il Ponte della Paglia largo otto metri (quello sotto dove ci si fa il selfie), fosse ampio come il Bacino San Marco, sarebbe comunque sempre affollato!

Eh niente, questo discorso per dirvi che l’idea di una Venezia oscura, subdola, talvolta vendicatrice, è una patina che si insinua anche tra gli ingranaggi che girano in pagine scritte dai migliori con le migliori intenzioni. È come un imprintig letterario, subcosciente, datoci su una città che nel vero fu una delle metropoli più aperte, religiose ma anche laiche, lucide e illuminate dei suoi tempi. Scusate il piccolo sfogo di un lettore appassionato più all’amata che al suo racconto. 

 

(A proposito di atmosfere reali e grandi autori del passato, se amate questo tipo di confronti letterari, vi invito a leggere anche la mia recensione di Fondamenta degli incurabili di Brodskij o la riscoperta di Venezie di Paul Morand).

 

Dai! Vi ho parlato di un bel libro da leggere. Spero di non avervi annoiato.

 

 

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